Io, il mac, Steve J e Montale
Mi sono messo prima io, nel titolo, in modo molto poco british, solo per sdrammatizzare in anticipo questo che si annuncia uno dei pezzi più profondi che abbia mai scritto nella mia vita, dopo il tema di maturità e la dichiarazione d’amore alla mia insegnante di ed. artistica.
Insomma, oggi leggevo sul Corriere che Steve J tornerà a lavorare tra poco, dopo un trapianto di fegato che dovrebbe avere risolto (glielo auguro di cuore) un problema molto serio. Poi, pensa te le sinapsi, ho pensato al mio mac, a lui (SJ) che magari a 50 e poco più anni era lì lì per lasciarci la pelle come un essere umano qualunque, a me che inseguo chissà cosa attaccato a questa macchina (il mac, intendo), al sistema di valori e disvalori che regge il mercato di questa macchina (il suddetto mac), al fatto che i soldi non sempre ti garantiscono la vita, figuriamoci la felicità. E per una volta nella vita credo di avere capito una poesia, se le poesie si possono capire, perché ero come un Montale nell’aria di vetro, mi sono girato e non c’era il mac, non c’era SJ, c’era un bel niente. Quindi mi sono rigirato subito (essendomi cagato sotto), come faccio ogni giorno quando leggo le notizie cattive mangiando salatini. In modo da rimanere incollato saldamente all’inganno consueto.
(A proposito di quest’ultimo punto, oggi ho votato tre sì)